Due anni con l'AI: cosa è cambiato davvero nel modo di lavorare

Non è stata una rivoluzione arrivata tutta insieme. È stata graduale, quasi impercettibile, finché un giorno ti accorgi che stai lavorando in modo completamente diverso da due anni fa. Guardi indietro e capisci che alcune cose che ti costavano ore ora ti costano minuti, e che progetti che avresti rimandato a data da destinarsi sono diventati concretamente realizzabili da soli, in un fine settimana.

Ho iniziato a usare strumenti AI nel lavoro quotidiano verso la fine del 2023, con la stessa diffidenza con cui si prova qualsiasi cosa nuova: un po' scettico, un po' curioso. All'inizio era soprattutto per sveltire le parti più meccaniche, quelle che sai già come fare ma che ti annoiano: scrivere strutture ripetitive, ricordarti la sintassi di una funzione che usi due volte l'anno, generare testi boilerplate. Cose utili, ma non trasformative.

Il cambiamento vero è arrivato quando ho smesso di usarlo come un motore di ricerca più comodo e ho cominciato a usarlo come un interlocutore. La differenza è sottile ma sostanziale. Non chiedi più "come si fa X" ma ragioni ad alta voce su un problema e ascolti il feedback. È un po' come avere un collega con cui discutere un approccio prima di scriverlo, senza dover aspettare che abbia tempo libero.

Cosa è cambiato in pratica

Il cambiamento più evidente riguarda la velocità con cui passo da un'idea a un prototipo funzionante. Prima, valutare la fattibilità di qualcosa richiedeva tempo: documentazione, esperimenti, errori, ricerca degli errori. Adesso quel ciclo si è accorciato moltissimo. Non perché l'AI scriva codice perfetto al primo colpo, ma perché riduce il tempo che passi a fare le cose che già sai fare per arrivare a quelle che richiedono vera riflessione.

Ho lanciato tre progetti nel corso dell'ultimo anno che, onestamente, non avrei portato a termine nello stesso tempo senza questi strumenti. SeoCheckly, SellFast e SalvaCena sono nati tutti da necessità personali, cose che mi servivano e che non trovavo fatte bene altrove. In passato avrei valutato i tempi, avrei rimandato, forse avrei lasciato perdere. Invece li ho costruiti, e il fatto di averli costruiti da solo in tempi ragionevoli ha cambiato anche il modo in cui valuto le idee: se qualcosa ha senso, ora ci provo davvero.

Un altro aspetto che ha cambiato il quotidiano è la documentazione e la revisione del codice. Leggere un blocco scritto mesi fa, capire subito cosa fa, identificare problemi potenziali: sono attività che l'AI gestisce molto bene come supporto. Non sostituisce il ragionamento critico, ma lo velocizza. Mi trovo a fare code review più accurate perché ho un secondo sguardo sempre disponibile.

La parte che nessuno dice

C'è però un lato di cui si parla meno, e che ho imparato a rispettare. L'AI è convincente anche quando sbaglia. Non sbaglia in modo ovvio, come farebbe un errore di sintassi che il compilatore blocca subito. Sbaglia in modo plausibile: un approccio che funziona nel 90% dei casi ma non nel tuo, una libreria che cita come esistente ma che non esiste più, una soluzione che risolve il problema che hai descritto ma non quello che hai davvero.

Questo significa che usarlo bene richiede di capire quello che stai usando. Non puoi copiare e incollare senza leggere. Non puoi fidarti ciecamente di un'analisi senza verificarla. Il rischio non è che l'AI ti sostituisca, è che ti illuda di aver risolto qualcosa quando in realtà hai rimandato il problema. Ho visto succedere anche a me nei primi mesi, e da allora ho una regola semplice: se non capisco il codice che sto incollando, non lo incollo.

Con il tempo ho anche notato che la qualità del risultato dipende enormemente da come si imposta la conversazione. Spiegare il contesto, descrivere i vincoli, ragionare sui trade-off prima di chiedere una soluzione: tutto questo fa una differenza enorme. È un'abilità che si sviluppa con la pratica, esattamente come qualsiasi altra.

Dove siamo adesso

Guardando indietro a due anni fa, il cambiamento più grande non è tecnico. È nel modo in cui valuto cosa vale la pena fare. Prima c'era un filtro implicito su ogni idea: quanto tempo ci vuole? Ho le competenze per tutto quello che serve? Posso permettermi di imparare cose nuove nel mezzo di un progetto? Quel filtro non è sparito, ma si è allargato. Posso fare di più da solo di quanto potessi fare prima, e questo ha cambiato il tipo di progetti che ritengo accessibili.

Non penso che i fondamentali abbiano perso importanza. Capire davvero come funziona quello che costruisci, saper leggere un errore e risalire alla causa, avere un'idea chiara dell'architettura prima di scrivere la prima riga: queste cose contano ancora, forse di più, perché l'AI amplifica sia quello che sai fare bene sia gli errori che fai per superficialità.

Quello che è cambiato è il ritmo. E, in qualche modo, anche il piacere di lavorare: meno tempo perso su cose meccaniche, più spazio per le parti del lavoro che trovo davvero interessanti.